Le foreste, scrigno di biodiversità

Di Cesare Lasen

Le foreste assicurano il mantenimento di una quota importante della biodiversità a livello planetario: il Contributo di Cesare Lasen, botanico, membro del comitato Scientifico di Dolomiti UNESCO, primo presidente del Parco Nazionale Dolomiti UNESCO ed ordinario Accademia Italiana di Scienze Forestali. 

Viviamo in un pianeta che soffre, in cui il consumo di risorse naturali procede a velocità assai superiori alla pur notevole capacità di ripristino e di autoregolamentazione degli ecosistemi.
Ove si escludano situazioni di selvicoltura intensiva gli ecosistemi forestali, che nel complesso caratterizzano una parte rilevante della superficie terrestre, assicurano livelli di mantenimento della biodiversità assai apprezzabili che riguardano in particolare la componente faunistica. A livello planetario, peraltro, non si può sottacere che estese aree, specialmente della fascia tropicale e subtropicale, continuano ad essere pesantemente aggredite (si conoscono le mappe riguardanti l’Amazzonia, il Congo, l’Indonesia, per non citare le disastrose conseguenze dell’erosione dei suoli in Madagascar) causando forti e documentate riduzioni di biodiversità. Anche fenomeni naturali che a causa dei cambiamenti climatici si stanno intensificando (incendi devastanti, tempeste di vento, siccità prolungate, alluvioni) contribuiscono ad accentuare una riduzione che è preoccupante per gli equilibri planetari, intaccando il “capitale residuo” che è costituito dalle risorse naturalistiche primarie, con la varietà degli organismi viventi che, sinteticamente, chiamiamo biodiversità. Per fortuna (ma questo non ci deve far abbassare la guardia) nelle nostre zone montane e alpine, nelle quali si assiste anche a un recupero di aree forestali in seguito a fenomeni di abbandono, e pur a prescindere dalla qualità delle formazioni di transizione che si insediano (si tratta di processi di successione ecologica da valutare nel medio-lungo periodo), attualmente scarsa, la tendenza alla perdita di biodiversità è stata fortemente limitata o quasi azzerata. Studi e pubblicazioni riguardanti ad esempio le liste rosse (elenchi di specie considerate minacciate e a rischio di estinzione) a livello regionale o provinciale (esempi proprio nel nordest italiano), dimostrano che sono poche le specie di interesse forestale inserite in essi. Gli ambienti umidi e le zone più aride rappresentano, invece, gli ambienti più fragili.
Le foreste, di qualsiasi tipo, rispetto alle condizioni climatiche del territorio e in relazione al tipo di suolo che si è nei secoli originato, sono sempre il tipo di ecosistema più complesso e in maggiore equilibrio con i fattori ambientali, laddove non esistano fattori limitanti che ne impediscano lo sviluppo. Dovremmo, quindi, avere tutti a cuore queste formazioni che sono l’espressione più alta della complessità e quindi della biodiversità. La loro resilienza è una garanzia anche di fronte a situazioni eccezionali (compresa quella di Vaia, che ha allettato oltre 41.000 ettari di boschi nell’area alpina). Non dovremmo troppo preoccuparci, in questi casi (che si spera non si verifichino ancora, almeno nel breve periodo) della successiva evoluzione. Fatte salve le emergenze, tenuto conto delle condizioni socioeconomiche locali, della stessa multifunzionalità dei boschi, dell’assetto del territorio in ordine a questioni di carattere idrogeologico, ecc., di cosa avverrà in seguito. Le aree a vocazione forestale recupereranno il proprio ruolo (certo necessitano decenni…) e, salvo ulteriori eventi catastrofici, potranno esprimere un sostanziale miglioramento della qualità naturalistica complessiva. Quello che è successo, ad esempio, su una limitata superficie sconvolta dalla frana del Vajont (1963) o dalle alluvioni del novembre 1966 garantiscono che la Natura farà il proprio corso senza necessità di onerosi interventi straordinari. In proposito, anzi, pur nella necessità di garantire un’equilibrata e sostenibile produzione legnosa, anche migliorando la qualità, va incentivata una pianificazione che tenga conto delle molteplici esigenze e, tra queste, per la biodiversità, è fondamentale poter disporre di congrue superfici in cui per scelta non si effettuano interventi selvicolturali. I boschi cosiddetti vetusti (riserve forestali) svolgono un ruolo essenziale per la scienza (quale laboratorio e campione in bianco, necessario per il confronto), per il paesaggio, per la nostra emotività e spiritualità, per le future generazioni. Non dovremmo avere la presunzione di poter controllare tutto e di dominare senza assoggettarsi, con umiltà, a opportune verifiche. Anche il COVID19 ce lo sta, con grande apprensione ed effetti ad oggi imprevedibili, segnalando.

Autore dell'articolo: Redazione

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