In Trentino i soldi crescono sugli alberi

Mentre l’Italia fa i conti con territori abbandonati e a rischio dissesto, nella provincia di Trento le scelte lungimiranti degli enti pubblici hanno permesso la costruzione di una filiera del legno che offre vantaggi per tutti: per i giovani, l’economia locale, la tutela delle risorse naturali.

In Trentino si sono inventati una filiera verde in tutti i sensi. Verde perché, in una provincia composta in larga parte da valli e boschi, non potrebbe esserci colore migliore. Verde, perché oltre a produrre ricchezza economica e posti di lavoro, questa filiera è una tutela per il territorio e lo sottrae all’incuria e alle brame tentacolari della speculazione edilizia. Verde, soprattutto, perché, nell’Italia con la disoccupazione giovanile al 28,7%, vedere aziende, società e consorzi diretti quasi esclusivamente da under 35, fa venire il sospetto che quella sia la direzione giusta su cui investire.

Aziende coraggiose, amministratori illuminati

Il viaggio alla scoperta di questo caso raro e virtuoso conduce a Malosco. Un piccolo borgo come tanti, nell’alta Val di Non. Ma, tra le sue realtà produttive, ce n’è una che rappresenta un esempio perfetto della “linea verde” che riunisce boschi e popolazione locale: una segheria, attiva da oltre mezzo secolo, che è passata di padre in figlio e, nel corso del tempo, si è specializzata per coprire tutte le fasi della produzione di legno per l’edilizia. Dal taglio degli alberi fino alla produzione di case. “Una scelta – spiega il giovane titolare, Marino Fanti – dettata dal fatto che sempre più costruttori stanno riscoprendo i vantaggi del legno nel settore edile: riduzione dei tempi di costruzione, elevata flessibilità, maggiore sicurezza antisismica, minore rischio di incendi, aumento della superficie calpestabile, protezione dall’elettrosmog, riduzione di polveri, risparmio energetico e isolamento acustico”. Quasi una panacea.

Ma per trasformare queste attività economiche in una forma di tutela del territorio, c’è bisogno di altro. Servono, ad esempio, amministratori pubblici lungimiranti che stimolino le imprese a usare materie prime locali. In parole povere: guardare i boschi come risorsa da gestire in modo oculato. In Trentino, questo è reso possibile da una peculiarità: tre quarti di tutti i boschi (circa 250.000 ettari) sono in mano pubblica e le singole superfici forestali sono di ampie dimensioni, sull’ordine delle centinaia di ettari. Un elemento essenziale per pianificare gli interventi e rendere remunerativa l’attività. Non a caso, la gestione forestale è una delle poche fonti di reddito in mano alle casse comunali che possono poi garantire servizi ai cittadini. Esattamente l’opposto di quanto avviene nel resto d’Italia. Dove il 60% è in mano ai privati e le proprietà sono talmente frammentate da rendere antieconomica la gestione e incentivare quindi l’abbandono: l’estensione media è di 1,5 ettari e il 60% non arriva a mezzo ettaro. Una perdita di valore economico ma anche un danno al territorio che, senza cure, è più soggetto a frane e incendi. “L’Italia è ricca di boschi poveri”, commenta Francesco Dellagiacoma, direttore Ufficio Filiera del Legno della provincia di Trento. “Il Nord Est in generale e il Trentino Alto Adige in particolare va in controtendenza rispetto al resto del Paese, perché non riteniamo il legno un settore marginale, improduttivo e gestito solo da chi è in là con gli anni. Nelle nostri valli, al contrario, le imprese forestali non sono più l’anello debole della catena. Sono gestite da giovani, hanno investito in infrastrutture e hanno macchinari all’avanguardia. Da parte nostra, noi amministratori abbiamo fatto in modo di gestire le risorse boschive in modo sostenibile, così da permettere alle imprese provinciali di usare prodotti locali e di legarle quindi al territorio. Solo così si può dare reale concretezza al concetto di sviluppo sostenibile”.

Una nuova arma: la certificazione

Ma la lunga marcia non è conclusa. Per fare un ulteriore passo in avanti, i vari anelli della filiera stanno investendo molto su un nuovo tassello: quello della certificazione. Non solo dei boschi (il 74% ha la certificazione di gestione forestale sostenibile Pefc, 260mila ettari, una cifra inferiore solo a quella del vicino Alto Adige) ma anche delle realtà artigianali e industriali della filiera bosco-legno. A partire dalle aziende di taglio boschivo: “All’interno dell’associazione Imprese boschive e artigiane – spiega Imerio Pellizzari, presidente della categoria dei boscaioli – abbiamo iniziato a ragionare sull’importanza di certificare le materie prime usate, le procedure di trasformazione e i prodotti finali a partire dall’abbattimento degli alberi in bosco. Insieme al Pefc Italia (la sezione italiana dello schema di certificazione forestale più diffuso al mondo, ndr) abbiamo quindi avviato un percorso che ha convinto molte aziende a certificare la tracciabilità dei prodotti legnosi”.

I vantaggi non sono immediati. Ma chi ha fatto una simile scelta confida che sia vincente per il futuro: “Per ora ci sono gli obblighi. Di adeguare le produzioni e di rispettare i rigidi disciplinari imposti dal Pefc. Ma ci aspettiamo che, un domani, potremo avvantaggiarci di un ritorno economico oltre alla soddisfazione di svolgere il lavoro con qualità e con il rispetto dell’ambiente”.

Il potere di trasformare questa speranza in realtà è in mano ai consumatori e, di nuovo, ai decisori pubblici: i primi, privilegiando nei loro acquisti i prodotti delle aziende virtuose. Gli altri, attraverso il meccanismo (reso di fatto obbligatorio dalle norme europee) dei bandi di acquisti pubblici verdi: garantire alle aziende certificate punteggi migliori nelle gare per la fornitura di beni e servizi sarebbe una leva potentissima per orientare il mercato e le strategie aziendali. I bandi pubblici incidono infatti per il 17% del nostro Pil nazionale: se 263 miliardi vi sembran pochi …

Redazione

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