Garbellotto

La Rolls Royce delle botti: quando la sostenibilità fa rima con vino buono

Otto generazioni di imprenditori, una storia che risale al 1775 per costruire un’azienda che dalla campagna trevigiana rifornisce oggi con i suoi prodotti oltre l’80% delle cantine italiane. E ha deciso di realizzarli con legno certificato Pefc. Per senso etico. E per posizionarsi sul mercato prima dei concorrenti esteri

Per capire quanto questa azienda sia importante per il settore vinicolo italiano basta dire che, se loro chiudessero, l’80% delle cantine nostrane non saprebbero più dove comprare botti italiane per far crescere, decantare e maturare il proprio vino.

Per capire quanto questa famiglia veneta abbia il commercio del legno nel sangue, basta rivelare una curiosità: in Brasile esistono dei loro parenti, discendenti di un ramo della famiglia che emigrò nell’Ottocento e anche loro, senza alcun contatto con l’Italia, si sono messi a vendere legname.

È una storia di passione per il legno e di idee originali per precorrere il futuro, quella della famiglia Garbellotto. Che affonda le radici nella campagna trevigiana vicino Conegliano. Data d’origine: 1775. Dal 18esimo secolo ai giorni nostri, otto generazioni della stessa famiglia e con la stessa missione: produrre botti e tini da cantina. In mezzo, 240 anni di vicende umane. Con le guerre d’Indipendenza, l’Unità d’Italia, due conflitti mondiali (il primo costrinse a bloccare la produzione per l’occupazione austriaca), la grande crisi degli Anni 80 (che costrinse alla chiusura tutte le grandi industrie europee di botti tranne loro). Oggi, è un punto di riferimento praticamente unico nel panorama italiano e mondiale per quanto riguarda le botti di grandi dimensioni (attenzione a non confonderle con le “barriques”, i barili in gran voga all’estero che però hanno caratteristiche ben diverse e un grave difetto: rischiano di cedere al vino troppo del loro sapore di legno). 15 milioni di fatturato, 75 dipendenti, con una produzione di contenitori pari a 45mila ettolitri l’anno (compresa la botte più grande del mondo – 33.500 litri – inserita nel Guinness dei primati da aprile 2010). Numeri che sono valsi all’azienda il soprannome di “Rolls Royce delle botti”.

“Il 90% delle aziende vinicole italiane usano o hanno usato una nostra botte” racconta con orgoglio Pieremilio Garbellotto, 31enne responsabile dell’area tecnica e del controllo qualità, ultimo discendente della dinastia, che con i suoi fratelli Piero e Piergregorio, ha ereditato le redini dell’azienda. Con una visione chiara – nonostante la giovane età – del ruolo dell’imprenditore (“se uno si aspetta una mano dallo Stato ha sbagliato mestiere. Il suo compito è costruire un’organizzazione razionale della propria azienda”). E con la consapevolezza – probabilmente agevolata dalla sua giovane età – dell’importanza di investire in sostenibilità ambientale per dare un segnale ai consumatori e aprire nuove nicchie di mercato: una sensibilità che si traduce nella scelta di trasformare gli scarti di lavorazione in combustibile per il riscaldamento dello stabilimento e, visto il materiale usato per le proprie botti, nella decisione di usare legno certificato secondo il sistema Pefc, che garantisce la provenienza della materia prima da boschi e foreste gestite in modo responsabile (nel caso di Garbellotto, rovere proveniente dal massiccio centrale francese e dalla Slavonia nella Croazia orientale).

La politica aziendale di Garbellotto rispetto alla certificazione è dettata soprattutto da un senso etico: “Nel settore ancora non esiste una grande richiesta di usare legno certificato e di provenienza certa, ma siamo felici di poter fare la nostra parte per tutelare il nostro territorio” ammette Pieremilio. “Ma per noi è stata una scelta naturale che ci permetterà di essere posizionati in un mercato che potrà solo crescere in futuro”. Una strategia lungimirante, nutrita anche dalla consapevolezza di quanto sia cruciale scegliere legno di alta qualità per far stagionare il vino nel migliore dei modi: “nel nostro mestiere la materia prima conta per più del 50%. Solo i maestri bottai e gli ingegneri forestali ne conoscono davvero le caratteristiche. Avere la possibilità di dimostrare da dove proviene il nostro legno e confermare le nostre affermazioni con certificazioni indipendenti e serie, è un grande valore aggiunto”.
Ultimo aggiornamento 18 Gennaio 2013

Redazione

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