PEFC replica alle accuse di Greenpeace: “Pensino a chiarire i criteri usati nelle loro classifiche ed evitino disinformazione”

Antonio Brunori, segretario generale di Pefc Italia, torna sulla questione della classifica “Foreste a Rotoli” presentata dall’associazione ambientalista. E chiarisce: “Sulla questione dell’azienda APP, non c’è alcun legame tra Pefc e lo sfruttamento delle foreste in Indonesia”.

Roma, 29 Novembre – “Dopo la pubblicazione della Eco-Guida ‘Foreste a rotoli’ da parte di Greenpeace, noi del PEFC Italia abbiamo chiesto all’associazione ambientalista chiarimenti sui criteri alla base della classifica delle aziende virtuose e l’abbiamo invitata a non fare marketing in favore dello schema di certificazione forestale FSC del quale sono parte integrante. A questo nostro invito hanno risposto con un evidente provocazione. E così facendo fanno due danni: confondono ancor più le idee ai consumatori che vorrebbero premiare le aziende davvero virtuose. E danneggiano l’immagine di un organismo internazionale che, come loro, ha a cuore il miglioramento degli standard di gestione forestale nel mondo. A rimetterci, quindi è solo l’ambiente”.

Così Antonio Brunori, segretario generale del Pefc Italia, ha risposto al commento di Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace.

Non vorremmo – prosegue Brunori – addentrarci in una polemica sterile e che nulla ha a che vedere con la tutela ambientale. Ma non possiamo non replicare, cercando, per quanto possibile, di chiarire la realtà.”

“PEFC è un organismo di normazione, che definisce gli standard di certificazione per il settore forestale e li gestisce lavorando come la ISO (International Standard Organisation). I nostri standard sono verificati da Organismi di Certificazione, su richieste delle aziende, a cui poi verrà rilasciato eventualmente il certificato di conformità allo standard. Quindi le affermazioni di Chiara Campione di Greenpeace sono un evidente esempio di disinformazione e di distrazione dal problema sollevato dal PEFC: la nostra organizzazione non certifica alcuna azienda, essendo tale attività di pertinenza degli Organismi di Certificazione, con cui tra l’altro non ha alcun legame. Come può quindi può prendere le distanze da una azienda che è stata certificata da un altro organismo?”.

In merito all’accusa di certificare le attività della indonesiana APP (Asia Pulp and Paper), Brunori chiarisce che “certamente si vuol far riferimento al fatto che la APP ha ottenuto un certificato di tracciabilità per le carte che contengono fibre provenienti da piantagioni che sono certificate PEFC in Cile. Ma essendo l’azienda asiatica nel mirino di Greenpeace per le proprie attività in Indonesia e Sumatra, si è voluto unire scorrettamente il tema e lanciare una inutile richiesta per mettere il PEFC in cattiva luce. Infatti non c’è nessun collegamento tra PEFC e le foreste indonesiane incriminate, dove non c’è mai stata certificazione PEFC”.

Brunori ricorda inoltre che “quelle stesse foreste erano già certificate secondo le regole di FSC fino a quando nel 2007, dietro proteste proprio di Greenpeace e di altre ONG, fu revocato il certificato. Fa pensare che le norme tanto considerate di alto livello di sostenibilità avevano permesso la certificazione delle stesse piantagioni ora messe all’indice da Greenpeace”.

Sulla base di questa riflessione, ci auguriamo che Greenpeace passi dalle parole ai fatti nel riconoscere la validità dello schema PEFC, senza ideologie di parte o motivazioni di natura corporativistica (essendo parte attiva all’interno dello schema FSC). Anche valutando che, dall’esclusione di OGM e della conversione di foreste primarie fino all’inclusione di parametri sociali e di sicurezza nelle aziende di trasformazione del legno e carta, il sistema PEFC non ha avuto timori ad evolvere i propri parametri di riferimento, passando da uno schema inizialmente pan-europeo nel 1999 ad uno standard mondiale, entrando in aree forestali tropicali con problematiche e situazioni gestionali diverse da quelle delle piccole proprietà familiari dell’Europa da cui era partito”.

Se Greenpeace vuole veramente promuovere politiche virtuose a favore dell’ambiente, senza fare campagne di marketing che drogano il mercato e ingenerano più danni che vantaggi, la smetta di fare una guerra al massacro contro chi lavora esattamente come FSC a favore della gestione sostenibile delle foreste e ci aiuti a creare una società che premi la trasparenza e l’impegno imprenditoriale a favore delle foreste, con metodi equilibrati e non ricattatori”.

Ci auguriamo quindi che le eco-guide su parquet, carta grafica e carta tissue di Greenpeace siano reimpostate al più presto con parametri di giudizio più aderenti al vero impegno verso l’ambiente da parte delle aziende italiane e senza l’obiettivo di orientare il mercato verso uno specifico marchio, operazione che basa il proprio successo solo sulla forza del ricatto e del discredito più che sulla forza delle scelte etiche e consapevoli”.

Redazione

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